David Bowie il Duca Bianco: Un'icona della musica, un'icona di stile

La grandezza del Bowie artista è testimoniata dalla stima e dall'apprezzamento dei grandi personaggi con cui duettò: Freddie Mercury, Bing Crosby, Iggy Pop, David Gilmour, i Placebo.

24/04/2019 10:00
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Quando si parla di Bowie purtroppo si comincia dalla fine, dalla sua morte avvenuta nella notte 10 Gennaio 2016 quando quest'immenso artista ci lasciò.
Ma differentemente da altre morti celebri, quella di Bowie ci restituì un senso di compiutezza, il senso di una vita il cui percorso era stato completato in ogni sua forma e declinazione.

Già perché David aveva scelto deliberatamente di condurre un'esistenza pregna di significato, che avrebbe travalicato il ruolo del cantante di successo che scrive e interpreta canzoni e vende dischi.
Tutto iniziò all'inizio degli anni 70, epoca in cui Bowie atterrò dopo l'esordio e i primi successi discografici ottenuti con uno stile folk non molto calzante per il personaggio che sarebbe diventato.
Gli anni settanta per David Bowie furono gli anni dei costumi, dei colori, delle messe in scena sontuose, del trucco esagerato e della dicotomia sessuale dei suoi molti alter-ego.

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Furono quelli gli anni in cui si perse la distinzione fra l'artista il personaggio e Ziggy Stardust, l'essere alieno dai capelli rossi con una saetta disegnata in volto.

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E che dire del completo celeste del videoclip 'Life on Mars' in cui Bowie compare con la stessa folta chioma rossa, il viso completamente dipinto di bianco.

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I molti primi piani che mostrano i suoi inquietanti occhi dalle pupille asimmetriche, frutto di una scazzottata di poco tempo primo.

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Era il 1973, MTV era al di là da venire, i videoclip non avevano ancora presupposti commerciali per essere realizzati ma lui era li con un progetto che trasudava arte da ogni poro.
David offriva a pubblico e critica non il vero se stesso, ma la rappresentazione di se stesso.
Una rappresentazione esagerata, asessuata che catturava l'attenzione come un'opera d'arte.
Amore per l'arte che espresse in ogni occasione possibile, come ad esempio con il brano Andy Warhol, dedicato al maestro in persona.

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Il glam-rock è stata una corrente musicale di enormi proporzioni, ma se vogliamo assegnare a Bowie un ruolo all'interno di questa corrente dobbiamo senz'altro attribuirgli la carica di sovrano assoluto.
Quando la carica di quel decennio volse a spegnersi, Bowie trovò una nuova via, un nuovo volto, un nuovo look.
L'androgina creatura aliena lasciava posto al Duca Bianco.
Un uomo distinto dallo stile impeccabile fatto di completi prevalentemente candidi con accessori neri (come gilè). Un alter ego che portava i capelli ossigenati ben ravviati sulla testa.
Anche nelle sue nuove vesti David non smetteva di giocare sull'assenza di confine fra l'artista e il personaggio.
Fra le sue poliedricità riscontriamo anche un Bowie pittore.
Un vezzo che balzò agli onori del pubblico soprattutto dopo il 2016, quando divenne cosa risaputa che il genio dell'artista londinese trovava espressione anche con la tela e il pennello.

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Opere che riflettevano l'ossessione di una vita per il colore e l'esagerazione e che soprattutto tentavano di carpire l'essenza della natura umana nei volti (nei quali spesso si celavano autoritratti).
La stagione creativa di Bowie non si fermò li.
La settima arte non poteva non affascinarlo.
Il suo volto venne molto ricercato dai registi più famosi e nessuna delle sue interpretazioni fu mai banale.
Lo possiamo ricordare nel film fantascientifico 'L'uomo che cadde sulla terra', nella pellicola di guerra 'Furyo', nei panni del perfido re dei Goblin di 'Labyrith'.
Ma anche nel lungometraggio musicale 'Absolute Beginners' fotografia della swinging London anni '50, senza tralasciare l'interpretazione di se stesso nel generazionale 'Christiane F., noi i ragazzi dello Zoo di Berlino'.
Fascinazioni, quelle della macchina da presa, alle quali non seppe resistere anche in età più matura quando ci regalò un credibilissimo Nikola Tesla nel visionario 'The Prestige' di Christopher Nolan.
Nonostante i suoi molti interessi che travalicavano la musica, David Bowie era e resta soprattutto un grande rocker.
Il suo non era il rock del virtuosismo, non era il rock dei concerti da folle oceaniche (anche se ne tenne molti cosi).
Il suo era il rock delle canzoni.
Quelle che valicano i decenni, quelle che con un riff ti trascinano dentro e non ti lasciano più.
'Space Oddity', 'Heroes', 'Ashes to Ashes', 'Change', 'Starman', 'Let's Dance', 'Under Pressure', ...
Una lista che potrebbe proseguire ancora molto.
La peculiarità di questi piccoli spaccati d'arte ai quali il Duca Bianco ha dato il volto di tracce musicali è la riconoscibilità.
Forse vi è capitato di navigare senza meta fra le frequenze della radio e di fermarvi di colpo dopo su una stazione dopo aver identificato il tema introduttivo di 'Heroes' pregustandone l'ascolo dell'intero brano.
La classe che imprimeva David alle canzoni non ha a mio parere pari in altri artisti di epoche precedenti e successive.
La grandezza del Bowie artista è testimoniata dalla stima e dall'apprezzamento dei grandi personaggi con cui duettò: Freddie Mercury, Bing Crosby, Iggy Pop, David Gilmour, i Placebo.

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Siamo nel 2019 e sono trascorsi 3 anni dalla scellerata data del suo ultimo viaggio sul pianeta terra.
Molte volte si tende a pensare che quando una persona ci lasci lo abbia fatto prematuramente e che probabilmente avrebbe potuto fare ancora moltissimo se gli fosse stato concesso altro tempo.
Non David.
David ha completato il suo percorso, anzi i suoi molti percorsi.
Ha vissuto appieno le sue molte vite da attore, artista, pittore, creatore di moda, alieno, duca, rocker.
E ad oggi è forse più corretto compiacersi per ciò che è stata la sua vita che rattristarsi per la sua morte.