Sandro Giordano: dal cinema alla fotografia, l'intervista su ModaMax

La sua vita gira tutta intorno ad un obiettivo, attore e fotografo. Stiamo parlando di Sandro Giordano, più conosciuto sui social come Remmidemmi.

06/05/2019 00:00
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L’obiettivo di Sandro Giordano
Dal cinema alla fotografia, il viaggio artistico dell’anima con Sandro Giordano.

La sua vita gira tutta intorno ad un obiettivo, avanti attore e dietro fotografo. Stiamo parlando di Sandro Giordano, più conosciuto sui social come Remmidemmi.

Nato a Roma il 6 ottobre del 1972, sceglie la strada del cinema studiando -Set Design- presso la “Roberto Rossellini” di Roma (Istituto per cinematografia e la televisone).

Dopo la laurea lavora come ingegnere suoni e luci nei teatri Romani e successivamente, nel 1993, inizia a studiare recitazione, ma la svolta arriva l’anno successivo quando intraprende subito la carriera di attore professionale.

Lavora nei teatri sotto la regia di Melchionna e Cobelli e nel cinema con Dario Argento, Davide Marengo, Carlo Verdone e ancora Melchionna.

Da ottobre 2013 si dedica totalmente al progetto fotografico “In extremis”(corpi senza pentimento) che conta già 160mila follower su instagram.

Uno scenario contemporaneo e dai colori vivaci che traduce in chiave visiva la fragilità umana. L’attaccamento ai beni materiali e la caduta delle cose realmente importanti.

Un racconto di tragedie attraverso l’ironia che vede il suo autore, protagonista di numerose esposizioni tra Germania, Francia, Spagna, Lussemburgo, Canada, Belgio e New York.

Dalle sue opere nasce anche un calendario e un libro che portano il medesimo nome del progetto.

Parlano di lui le maggiori testate europee ed internazionali, un successo che rimanda a chiederci come sia nata l’idea di rappresentare l’inconscio umano attraverso scatti.

Tante domande e curiosità suscitano le sue fotografie, chiediamo direttamente a lui l’origine di tutto.

Ciao Sandro, innanzitutto grazie per aver accettato questa intervista.

Grazie a voi

- Ti facciamo fare un piccolo viaggio nel tempo, cosa ti ha avvicinato al mondo del teatro e del cinema?

Quando ero bambino, con un mio amico, passavo interi pomeriggi a interpretare il ruolo di un investigatore privato. Entrambi fan della serie televisiva “Starsky & Hutch”, scendevamo in strada alla ricerca di storie emozionanti da vivere. Un garage abbandonato o una cantina diventavano covi di pericolosi serial killer o luoghi, dove sventare importanti traffici di droga. Altre volte mi chiudevo in camera, stereo a manetta, salivo su un palcoscenico immaginario, m’immedesimavo nel frontman di turno e iniziava il concerto di uno dei miei gruppi favoriti. Ho sempre amato calarmi nei panni degli altri, e in età più adulta ho semplicemente seguito questa passione.

- Hai lavorato con diversi grandi registi, quale di questi ti ha influenzato maggiormente?

Primo fra tutti, Luciano Melchionna, che è stato per me molto più che un semplice regista. Con lui ho mosso i primi passi in teatro e interpretato ruoli incredibili. Intorno alla fine degli anni ’90, abbiamo messo in scena alcuni degli spettacoli più interessanti che il teatro OFF romano potesse offrire. Sono stati anni bellissimi, che non dimenticherò mai. L’altro grande maestro è stato Giancarlo Cobelli, con il quale mi sono cimentato in opere teatrali classiche, e che mi ha permesso di lavorare nei più importanti teatri italiani. Entrambi mi hanno insegnato il rigore e la disciplina, il rispetto per quel luogo sacro chiamato: palcoscenico.

Recitare è interpretare carattere, impeto e personalità di un personaggio che magari può non avvicinarsi minimamente al nostro.

- Quanto la recitazione ha influito nel tuo modo di vedere gli altri?

Molto! Mi ha costretto a sviluppare e tenere in costante allenamento, immaginazione e creatività. Calarsi nei panni di un’altra persona, soprattutto quando è distante da te, è come spogliarsi di tutto, cambiare pelle e cucirne un’altra addosso, e questo non puoi farlo se non ti nutri della vita degli altri. Io credo che un attore, oltre alla preparazione tecnica, che è fondamentale, debba essere un grande osservatore, avere la capacità di catturare e registrare ogni singolo input proveniente dall’esterno, creare una sorta di bagaglio emotivo al quale rivolgersi per costruire il personaggio.

- Davanti all’obiettivo come attore e poi dietro come fotografo, quali sono le differenze sostanziali che hai percepito?

Quando sono davanti alla macchina da presa, ho solo un’unica grande responsabilità: essere credibile, che non è cosa da poco, tutt’altro. Ho scoperto che, passando dietro all’obiettivo, quella responsabilità si moltiplica per cento. È come fare il regista e girare la scena di un film. Tutto deve essere al posto giusto, studiato nei minimi dettagli. Devo tener conto di una quantità incredibile di aspetti tecnici: la disposizione degli oggetti, la giusta distanza tra loro, la luce... E cosa fondamentale, la modella. Se il corpo non mi restituisce sofferenza e drammaticità, la foto non funziona. La sfida più grande sta proprio nel riuscire a plasmare e scomporre in modo inquietante, quella “materia”.

Nei film, come nelle foto. Il tuo progetto fotografico “In extremis” ha un impronta tragicomica, una narrazione di tragedie attraverso l’ironia come i film di Charlie Chaplin e Laurel e Hardy.

- Quanto, il cinema ha influenzato il tuo progetto?

Tantissimo! I film comici e demenziali, soprattutto. Non a caso hai menzionato Charlie Chaplin e Laurel & Hardy, sono cresciuto vedendo i loro film. Ci fu, tra l’altro, una serie TV in particolare della quale m’innamorai, perché era una delle cose più comiche che avevo mai visto. Nato come uno degli spin off di “Happy Days”, che tutti i miei amici guardavano ma che io non ho mai amato, parliamo quindi degli anni ’70, s’intitolava “Laverne & Shirley”, ed era la storia di due mezze sfigate, imbottigliatrici in una fabbrica di birra di Milwaukee, che dividevano un piccolo appartamento seminterrato, alle quali succedeva di tutto. Beh, io mi sentivo male dalle risate. Come quando vedo, in “8 donne e un mistero” di François Ozon, la scena in cui un’esausta Catherine Deneuve, dà una padellata in testa alla madre invalida, per farla tacere, e la chiude poi dentro uno sgabuzzino con tutta la carrozzella. Ecco, questa è l’ironia cinica per la quale io impazzisco letteralmente. Questo tipo di comicità è ciò che più influenza il mio progetto fotografico.

Quello che si rappresenta è un’umanità totalmente scomposta.

- Ci sono scatti che parlano di storie personali?

Beh, io credo che ogni foto racconti qualcosa di me. Non potrei parlare di cose che non conosco. Poi, ci sono foto più intime come CATERINA MIA REGINA (2014), in cui ho raccontato la mia ultima relazione sentimentale, o BELLO SPETTACOLO COMPLIMENTI (2018), ambientata in un teatro. A fine spettacolo, si accendono le luci sulla platea e troviamo il pubblico suicidato, che è quello che più volte in passato avrei voluto fare io quando mi capitava di vedere opere “punitive” della durata di tre ore, senza intervallo, ed io non potevo scappare via. Altre foto sono di dichiarata denuncia sociale, il mio grido di rabbia contro un sistema politico che mi fa orrore. Proprio recentemente, ho realizzato un trittico per me urgente in questo momento. Una foto è contro omofobia e razzismo, l’altra, non a caso, è dedicata a Matteo Salvini e al suo modus operandi fascista, l’ultima contro la pedofilia in chiesa.

- Il nome del tuo progetto “in extremis”, all’ultimo momento, cosa vuole rappresentare al tuo pubblico?

Tutti sappiamo che la chiesa cattolica pratica l’estrema unzione, affinché l’anima del moribondo, poco prima di passare al “creatore”, sia purificata dai peccati commessi durante la vita. E questo avviene “In extremis”, all’ultimo momento, appunto. I miei personaggi, però, non sono in punto di morte, né tantomeno morti. Loro cadono a terra sopraffatti dalla loro stessa esistenza. Mi piace pensare che si rimetteranno in piedi e che riprenderanno in mano la vita migliorandone la qualità. Per quanto le mie foto spesso possano sembrare drammatiche, il loro messaggio è assolutamente positivo e ottimista. E qui entrano in gioco i “corpi senza pentimento”. I personaggi delle mie foto non hanno niente di che pentirsi, perché il “peccato” non esiste. Esistono le cattive azioni, semmai, ma non i peccati. Questa parola orrenda è stata inventata dalla Chiesa nel XIII secolo, con il solo scopo di creare “il senso di colpa”. Se ci pensi bene, nella cultura cattolica, qualunque atto o pensiero, diciamo “sovversivo”, è considerato peccaminoso. Ci sentiamo in colpa appena percepiamo le prime pulsioni sessuali, perché sono “peccaminose”. Oppure, quando rispondiamo male ai nostri genitori, perché dobbiamo onorare il padre e la madre e quindi commettiamo “peccato”. I protagonisti delle mie foto, anche loro vittime di questo retaggio culturale cattolico, si schiantano pure perché incombe su di loro un senso di colpa grosso come una casa.

- Si può definire una catarsi quello che vivono i tuoi personaggi?

È molto più catartico per me che per loro. Sono io che li utilizzo per esorcizzare i miei mali. Loro cadono, sbattono senza sapere perché. Esattamente come spesso accade nel nostro quotidiano. La maggior parte di noi non capisce che dietro ad un incidente, una malattia o qualunque manifestazione corporea, c’è un motivo ben preciso. Non ci facciamo mai male per caso. Nulla accade per caso. Il nostro corpo ci parla, noi dovremmo avere questa consapevolezza e gli strumenti giusti per interpretare i suoi segnali.

- In ogni scatto si evince una sottospecie di blackout fra mente e corpo. Secondo te, quando avviene questa fase off nelle persone?

Quando sei arrivato al limite e non ce la fai più. La vita frenetica di tutti i giorni ci porta allo stremo delle forze ma noi spesso neanche ce ne accorgiamo. Andiamo oltre le nostre possibilità psicofisiche e questo a lungo andare diventa insopportabile per il l’organismo. Conosco molta gente che cade, sbatte, si fa male. Conosco le loro vite e non mi stupisce che questo accada. Mi stupisce più il fatto che non si rendano conto che qualcosa non va. Li vedo ciclicamente ripetere gli stessi errori, vittime di un circolo vizioso dal quale sarà dura venirne fuori se non ci si pone delle domande.

- Viviamo in un periodo in cui, fondamentalmente, ogni cosa è dettata da stereotipi mentre nelle tue opere la perfezione sta nelle imperfezioni.

Sì, quello che tento di smantellare è proprio lo stereotipo. Viviamo con il bisogno costante di essere accettati e amati, questo ci spinge a dover appartenere a tutti i costi a una determinata classe sociale, altrimenti non esistiamo, non siamo nulla. Inseguiamo quindi modelli di vita stereotipati proprio per sentirci al sicuro. È come se tutti quanti noi indossassimo una maschera, dietro la quale ci sentiamo protetti. Ecco, nelle mie foto, nel momento esatto dell’impatto, quella maschera viene a mancare, ed esce la verità.

- In una dichiarazione hai sottolineato la tua volontà di voler rendere visibile l’invisibile.

Esattamente. Immagina le sfilate di moda. Vediamo bellissime donne in passerella, che indossano abiti costosissimi e camminano su tacchi vertiginosi. Il loro modo di entrare in scena è trionfante, sono delle Dee e rappresentano la perfezione. Immagina di vedere improvvisamente inciampare una di loro. È proprio nel tempo che intercorre tra il piede messo male e lo schianto a terra, che esce la verità, l’invisibile, quello che magistralmente la modella ha tenuto nascosto dietro ad una “costruzione” perfetta di se. In quella frazione di tempo, il corpo, nel tentativo di recuperare l’equilibrio o di attenuare il colpo, assume un atteggiamento goffo, ridicolo, comico. È lì che mi piace andare con l’obiettivo.

- Perché c’è ancora così tanto di velato nella vita di ognuno di noi?

Perché siamo stupidi. Abbiamo paura di mostrare al mondo quello che siamo realmente e quindi proponiamo un’immagine di noi lontana dalla verità. Questo modo di fare è anche comprensibile, siamo continuamente esposti al giudizio e quindi in uno stato di perenne ansia. Dovremmo sbattercene di quello che gli altri pensano e vivere una vita più rilassata e leggera.

- Abbiamo notato che in tutte le foto non sono visibili i volti, perché questa scelta?

Ricordo che da bambino, quando vedevo i film di Chaplin o di Stanlio e Ollio, le porte in faccia ai protagonisti erano ciò che più mi divertiva. L’idea della facciata in generale, per quanto dolorosa, la trovo geniale perché ti spiazza, arriva all’improvviso e produce una certa rigidità in tutto il corpo che reputo molto comica. Come secondo motivo, non meno importante, nascondendo il volto del personaggio, permetto al pubblico di identificarsi in lui. Se le teste fossero girate verso l’obiettivo, automaticamente questo processo d’immedesimazione non avverrebbe, e metterebbe lo spettatore in uno stato di conforto e comodità in cui si sentirebbe al sicuro, ed è esattamente quello che io non voglio.

- Anche la perdita delle scarpe è una semplice conseguenza della riproduzione delle cadute oppure è mirato ad un concetto preciso?

La scarpa fuori posto pone l’accento sulla perdita di equilibrio e rende lo schianto ancora più violento. In più, c’è da dire che sono un grande feticista delle scarpe femminili. Di solito sono io a occuparmi dell’outfit. Giro per negozi e mercatini alla ricerca degli accessori e quando arriva il momento di scegliere le scarpe, io vado in tilt. Ricordo una volta, qualche anno fa, rimasi quasi mezza giornata a confrontare quattro paia che ritenevo fossero tutte adatte alla foto. Esausto, dopo diverse ore, le acquistai tutte.

- In ogni foto i tuoi personaggi sono legati ad oggetti. L’attaccamento alle cose materiali è la causa del loro crollo?

L’attaccamento ai “beni” materiali è all’origine della nascita di IN EXTREMIS. Ricordo quel vecchio spot pubblicitario dell’orologio che recitava: “toglietemi tutto ma non il mio Breil”. Ecco, almeno in quel caso si tentava di salvaguardare un oggetto di valore. Nelle mie foto, la casalinga si schianta ma non molla zucchine e peperoni. Nel momento antecedente all’impatto, dovremmo lasciare andare gli oggetti, spesso inutili, che portiamo con noi e tenerci stretta la vita. L’istinto dovrebbe pensare alla nostra incolumità e invece fa tutto il contrario. Quest’aspetto è molto indicativo e non sono mai riuscito a darmi una risposta. Possibile che le nostre vite valgano meno di un qualsiasi oggetto? Paragoniamo il loro valore a quello di un ortaggio? Davvero non lo comprendo.

- Come affronti la censura di alcuni scatti?

Male! Mi sento giudicato e violentato. Io credo che nessuna espressione artistica debba essere censurata, a meno che questa non inciti alla violenza o sia fortemente offensiva. Ma poi mi domando, offensiva per chi? Se una mia foto ti offende, è perché tocca qualche corda interiore con la quale con convivi serenamente. Vuoi debellarla da te, e non avendo gli strumenti per farlo, tenti di eliminarla almeno dalla tua vista. Recentemente ho realizzato una foto: TOILET, in cui sono ritratti tre ragazzi chiusi nel bagno di una discoteca, intenti a drogarsi e a scopare tra loro. Ho fatto questa foto per denunciare quello che comunemente viene chiamato “Chem Sex” (sesso chimico), che vuol dire fare sesso sotto effetto di droghe sintetiche. Nella stragrande maggioranza dei casi, i maschi non usano il preservativo e questo comporta la diffusione di una serie di malattie contagiose e mortali. Il mio era un importante grido di allarme ma è stato letto come pornografico. In ogni caso, non mi faccio intimidire dalla censura. Vediamo ora cosa succede con il trittico che ti ho menzionato poco fa... Eh eh, incrociamo le dita!

E’ noto oramai, come appreso da diverse fonti, che il significato del tuo nickname “remmidemmi” è un espressione tedesca per spingere gli altri a fare casino.

- La scelta del tuo aka può quindi essere riconducibile al tema del progetto fotografico?

Assolutamente! Cercavo un nome d’arte che fosse tagliente, diretto e facile da ricordare, e che in qualche modo racchiudesse il significato che c’è dietro al mio lavoro. Remmidemmi: spacchiamo tutto, ribaltiamo il mondo.

- Quali sono i tuoi obiettivi e le tue aspettative su questo piano di lavoro?

Questo progetto è nato dalla “pancia”, dall’urgenza di raccontare un mondo in caduta, non è mai stato studiato ne pianificato a tavolino. Immagino andrà avanti fino a quando avrò storie da raccontare, ma soprattutto, fino a quando avrò voglia di giocare. Perché questo è, un bellissimo viaggio giocoso. Guai a prendersi troppo sul serio.

- Hai prospetti per il futuro?

Sto partendo con la sesta stagione di IN EXTREMIS. Ho già otto foto nuove in post produzione e altre sono in cantiere. Nel frattempo lavoro al nuovo libro fotografico che dovrebbe essere pronto tra maggio e giugno. Un’antologia che racchiuda i momenti più importanti e le foto più significative dei primi sei anni di produzione. Tra l’altro, sono in attesa di girare la seconda stagione di una docu serie realizzata per Rai 5 che ha riscosso un grandissimo successo: GHOST TOWN. Vado in giro per il mondo alla ricerca di luoghi abbandonati, città fantasma, appunto. Un’esperienza incredibile sia sul piano umano che lavorativo.

Grazie Sandro per il tuo tempo e per la tua cortesia.